domenica , 21 gennaio 2018
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Arrestato Brienza, l’uomo anticorruzione

Ai domiciliari il presidente dell’Authority sul controllo degli appalti «Favoriva alcune imprese». Indagato pure l’ex capo della Corte dei conti

Controllori che fanno di tutto pur di non controllare e controllati che, di fatto, erano in grado di piegare ai propri interessi l’intero sistema di verifica relativo alle Soa, le società private ma con compiti da ente pubblico che si occupano di rilasciare le autorizzazioni necessarie alle aziende private per la loro partecipazione agli appalti indetti dagli enti pubblici. È una storiaccia tutta italiana quella alla base degli arresti domiciliari, disposti dal giudice per le indagini preliminari Simonetta D’Alessandro, nei confronti di Giuseppe Brienza (prima consigliere e poi presidente dell’Autorità di vigilanza per i contratti pubblici, organo ormai decaduto e confluito all’interno dell’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone): una storiaccia che coinvolge anche altri ex esponenti dell’Authority (tra cui anche il presidente della Corte dei conti in pensione, Luigi Giampaolino) e che sarebbe maturata tra il 2007 e il 2008 quando due distinte Soa (la Axsoa spa e la Soanc spa) si fusero insieme un po’ per aumentare il relativo giro di affari (per un fatturato annuo che abbatteva la soglia dei cinque milioni di euro) e soprattutto, sostengono i giudici, per evitare che le magagne amministrative scovate dagli agenti del Nucleo a tutela dei mercati della Guardia di finanza durante indagini sulla Soanc spa, mandassero a gambe per aria il piano ingegnoso messo in piedi dai due imprenditori che gestivano le società poi unificatesi: Mario Calcagni e Alfredo Gherardi. Secondo quanto dispone la legge sulla gestione delle Soa (organismi privati in grado di decidere quali aziende abbiano o meno i requisiti per partecipare ai bandi indetti dagli enti pubblici), non ci devono essere tra i soci degli organismi, elementi gravati da conflitto di interessi: nella sostanza tra i titolari di azioni delle Soa non ci possono essere costruttori interessati alla gestione degli appalti che per forza di cosa passano anche attraverso il vaglio delle Soa). «È di assoluta evidenza – scrive il Gip – che l’attività di controllo è venuta decisamente meno per le Soa, divenute, alla luce delle prassi instauratesi, soggetti commerciali tendenti al vaglio positivo, più che a quello negativo, nei confronti delle società da attestare». Una degenerazione del sistema quella scovata dagli inquirenti che sottolineano come «il pacchetto di clienti favorevolmente attestati costituisce il patrimonio della Soa»: fattore che rende altissimo il rischio di «agevolazione» verso l’azienda amica. Rischio che, in teoria avrebbe dovuto essere arginato dall’Authority ma che, nel caso scoperto dagli inquirenti, ha visto i controllori spendersi oltre misura nei confronti dei loro stessi controllati. E così, tra pratiche di sospensione della licenza ad operare che spariscono per poi ricomparire a giochi ormai fatti, informative della finanza che invece di essere allegate agli atti da portare nelle adunanze dell’Authority vengono «dimenticate» in cassetti polverosi, e fusioni impossibili passate in cavalleria, il ruolo dell’organismo di controllo aveva perso ogni valore. Valore che invece, mettono nero su bianco i giudici capitolini che stanno lavorando ad un’inchiesta che coinvolge quasi tutte le Soa sparse sul territorio nazionale, veniva garantito al consigliere Brienza, che da queste pratiche addomesticate fino ad essere completamente stravolte era riuscito a guadagnare montagne di benefit. Negli atti dell’inchiesta infatti spunta un attico a viale Nizza che Mario Calcagni aveva messo a disposizione, a titolo completamente gratuito, per la figlia di Brienza; e ancora un posto di lavoro per la sua compagna, fino ad una consulenza – pagata 5000 euro al mese – di cui lo stesso Brienza avrebbe beneficiato nella stessa Soa che avrebbe dovuto controllare. Per non farsi mancare proprio nulla infine, il costruttore avrebbe anche provveduto a pagare il canone del box auto dell’ex consigliere dell’Authority. Almeno fino a ieri, quando gli uomini della finanza hanno notificato al controllore “distratto” un’ordinanza di arresti domiciliari.

 Il Tempo

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